Posizionamento garantito e ruolo del SEO
C’era una volta il positioning
Un tempo i risultati delle ricerche erano manipolabili con una certa facilità. Un TITLE ben strutturato, la chiave di ricerca target sparsa qua e là nella pagina e pochi altri accorgimenti erano solitamente sufficienti a scalare i risultati delle ricerche. Questa situazione era la diretta conseguenza dell’arretratezza degli algoritmi dei motori, che fondavano il giudizio di rilevanza quasi esclusivamente sui cosiddetti on page criteria, ossia elementi della sorgente HTML dei documenti web. Da questo scenario derivavano una serie di importanti conseguenze, alcune delle quali meritano una citazione:
a) Scarsa qualità delle SERP: nell’era pre-Google, il giudizio di rilevanza fondato su elementi rientranti nella sfera di dominio del webmaster non offriva molte garanzie circa la qualità dei risultati delle ricerche. Questo aspetto, unito alla scarsa esperienza di buona parte del pubblico della rete, composto per lo più di newbies, poteva rendere la search experience decisamente frustrante;
b) Opportunità di studio: dato che i criteri di valutazione della rilevanza risiedevano prevalentemente nella sorgente HTML dei documenti ed in altri parametri comunque correlati alla singola risorsa, era possibile condurre test sul funzionamento degli algoritmi attraverso l’analisi delle pagine più performanti per ricerche competitive. Questo aspetto è anche alla base del fenomeno del page jacking – oggi inconcepibile – che consisteva nel furto della sorgente delle pagine che offrivano buone prestazioni per una determinata chiave di ricerca;
c) Sviluppo tecniche borderline o spam – Far apparire un sito nelle prime posizioni per una chiave di ricerca predefinita non era tecnicamente complesso, ma per esperienza diretta posso affermare con certezza che la grande maggioranza dei clienti di allora non volevano neanche sentir parlare di modifiche al layout del sito. La pagina ideale per i motori doveva essere estremamente scarna, con una sorgente HTML ridotta all’osso ed una quantità di body text significativa, mentre i siti dei clienti erano caratterizzati da index realizzate con flash o immagini prive di ogni contenuto testuale e da pagine interne con scarsi contenuti testuali. I pionieri del SEO erano perlopiù smanettoni, e spesso i testi elaborati per posizionare le pagine nei risultati non risultavano presentabili al pubblico del cliente; questo aspetto, unito alla scarsa propensione dei clienti a modificare l’aspetto esteriore del proprio sito, portò allo sviluppo di tecniche finalizzate a distinguere il contenuto indicizzato dai motori da quello presentato al pubblico di internauti. In pratica, le pagine appositamente concepite per scalare i risultati delle ricerca (doorway o gateway pages) dovevano redirigere l’utente verso il sito del cliente o, meglio ancora, alla pagina interna del sito che presentava i contenuti correlati alla chiave promossa con la doorway page. Tra i sistemi utilizzati a tale scopo ricordiamo il meta refresh tag con delay pari a zero secondi, ben presto individuato e sanzionato – in primis da Altavista - le redirezioni javascript, quelle ottenute con la funzione get-url dei filmati flash (hem, credo di essere stato tra i primi – se non il primo – ad utilizzare questo sistema) ed il cloaking, una tecnica che consente di distinguere le richieste dell’utenza umana da quelle degli spider e di servire risorse distinte ai due gruppi di richieste, così da ottenere buoni posizionamenti nelle SERP senza rinunciare al layout ideale. Questo sistema evitava anche di rivelare alla concorrenza l’alchimia della doowray page performante, in quanto la sua sorgente risultava visibile – tendenzialmente
– solo ai motori. Non mancavano poi soluzioni più triviali, usate da piccole agenzie improvvisate o cantinari, come l’occultamento del testo realizzato utilizzando un font dal colore uguale a quello dello sfondo, ma si trattava di tecniche rischiose in quanto facilmente rilevabili e pertanto scartate dai professionisti più seri;
d) Proposte commerciali fuorvianti – Se il posizionamento sui motori di ricerca non presentava particolari difficoltà di ordine tecnico, non altrettanto può dirsi per gli aspetti commerciali. Il boom della rete aveva portato già al tempo molti imprenditori a commissionare la realizzazione di un sito internet, ma spesso gli investimenti anche ingenti richiesti da una pletora di agenzie più o meno improvvisate, che si affannavano a promettere miracoli decantando le doti quasi miracolose della nuova dimensione digitale, non trovavano poi riscontri nell’effettivo ritorno economico. In altre parole: agli inizi del nuovo millennio, era diffusa l’idea che internet potesse risultare una mezza fregatura. Internet aveva già dimostrato il proprio potenziale con riferimento al bacino linguisto inglese e gli affari online crescevano di volume a ritmo impressionante – chi non ricorda l”epopea di Amazon? – ma in Italia la forte diffidenza verso l’utilizzo di strumenti di pagamento online condizionava negativamente lo sviluppo della rete – ed ha continuato a farlo sino ai nostri giorni. In questo scenario, ciò che si doveva offrire al cliente erano garanzie certe in ordine alla funzionalità del servizio, che portarono all’elaborazione di una proposta di grande appealing commerciale, sebbene poco sensata in prospettiva puramente tecnica: il posizionamento garantito.
Influenze nella SEO del passato
Nei primi anni di vita la Search Engine Optimization (o optimisation, all’inglese) è stata fortemente influenzata da questi fattori e la sua dimensione commerciale si è dovuta adattare a questo scenario, assecondando le richieste del mercato, principalmente quelle che imponevano:
1) garanzie certe, ad esempio di figurare in testa per una o più chiavi di ricerca specifiche;
2) utilizzo di tecniche borderline o spam, con conseguenti tentativi di giustificazione etica, come ad esempio l’idea che ogni sistema allestito per favorire l’incontro tra navigatori e informazioni ricercate sui motori fosse legittimo e che fosse possibile qualificare come “spam“ solo il posizionamento in testa ai risultati delle ricerche per chiavi non correlate al tema del sito promosso;
3) servizi pacchettizzati: le aziende hanno sempre bisogno di pacchetti predefiniti che semplifichino l’attività di vendita e consentano un agevole calcolo dei costi da applicare, ma questo aspetto stride con la natura della prestazione del SEO, che a mio modesto avviso è di tipo prettamente consulenziale e che, come tale, è insuscettibile di pacchettizzazione, a meno che non si sia disposti a svuotarla dei migliori contenuti. Sia chiaro, io stesso ho progettato pacchetti per servizi low cost per un grosso fornitore di servizi hosting e registrazione domini, ed il loro successo nel corso degli ultimi anni – sono commercializzati ancora oggi con fatturati di centinaia di migliaia di euro – dimostra che di per sé l’idea di pacchettizzare i servizi SEO non sia del tutto incompatibile con la qualità del servizio, ma credo che questo assunto valga solo nel caso di servizi low-cost. Quando si fanno le cose sul serio è impossibile, a mio avviso, pacchettizzare un’attività che è e resta prettamente consulenziale, ossia plasmata sulle reali esigenze del cliente;
4) Fuffa! – Per giustificare gli alti costi dei servizi SEO – si sono spesso realizzate offerte commerciali ai confini della realtà, dove si millantavano rapporti privilegiati con i motori, formule magiche esclusive, tool tanto roboanti quanto di improbabile utilità, attività di vario genere che nessuno ha poi effettivamente messo in atto e così via. Insomma, si è propinata tanta fuffa con il solo obiettivo di ammaliare il cliente e fargli firmare il contratto.
La professione del SEO oggi
Premesso che ancora oggi i servizi SEO presentano esigenze distinte sui piani operativo e commerciale (ne parlerò in un altro articolo dedicato agli aspetti percettivi e sostanziali del servizio), credo che ormai il mercato sia sufficientemente maturo per comprendere natura ed utilità del SEO, che non è un incantatore capace di ipnotizzare gli spider dei motori ed ottenere il posizionamento in testa ai risultati delle ricerche per qualsiasi chiave. Basta rifletterci un attimo: se tutti gli agriturismi, ad esempio, volessero apparire nei primi 20 risultati della ricerca “agriturismi“, la migliore agenzia SEO potrebbe accontentare, al massimo, venti clienti. Questa roba con il SEO ha poco a che fare, anche perché chi cerca un agriturismo per soggiornare nel luogo prescelto per le vacanze, capirà ben presto che cercando “agriturismi” non troverà facilmente quello di cui ha bisogno, ed imparerà presto ad affinare la ricerca utilizzando keyphrase più articolate, come ad esempio “agriturismi in maremma“.
A mio avviso, il SEO è un consulente che può fare la differenza tra un sito fallimentare ed un sito di successo, perché consente ai clienti di:
1) rimuovere ogni ostacolo ad una corretta indicizzazione dei contenuti del proprio sito;
2) valorizzare i contenuti del sito, massimizzando la loro visibilità nelle SERP per il maggior numero di chiavi di ricerca, a partire da quelle più “strategiche” per il business del cliente, fatto che si traduce in un aumento di traffico totalmente gratuito.
Può sembrare strano, ma la mia decennale esperienza nel settore mi permette di affermare con serenità che ancora oggi chi progetta e realizza siti troppo spesso non ha la minima idea di quale sia il funzionamento dei motori di ricerca, e che l’uso di tecniche capaci di causare la sostanziale invisibilità del sito è ancora all’ordine del giorno, tanto nei siti minori quanto nei colossi delle aziende che siamo soliti vedere negli spot in TV.
Il posizionamento garantito è un concetto obsoleto e fuorviante che oggi rappresenta un residuo storico e che si presta ad una serie indefinita di abusi. Basti considerare un aspetto di questo genere di servizi: le chiavi di ricerca vengono selezionate a monte dell’attività, in un momento in cui gli unici dati disponibili sono quelli relativi ai volumi di ricerca, un parametro certamente non assorbente.
Sebbene resti possibile, opportuno e doveroso spingere al massimo le chiavi strategiche e presumibilmente responsabili delle quote di traffico più significative, è necessario monitorare lo scenario a 360°, verificando anche i tassi di rimbalzo e conversione realizzati dalle varie chiavi utilizzate dall’utenza per raggiungere il sito.
Oltre a questo tipo di verifica a posteriori esiste la possibilità di misurare l’efficacia di chiavi strategiche per le quali il sito non è ben posizionato nei risultati organici prima di tentare la scalata delle SERP con interventi mirati, utilizzando gli strumenti di Keyword Advertising, in qualche misura un componente necessario per il digital marketing mix. Tutti questi aspetti legati al posizionamento per determinate chiavi, però, non devono far dimenticare quella percentuale più che significativa di traffico veicolata dal set esteso di chiavi che compongono la cosiddetta long tail: al contrario di quanto sostenuto da qualcuno, l’esistenza di questo fenomeno non inficia affatto l’utilità della consulenza SEO, ma anzi la rende fondamentale. Per sviluppare una long tail significativa, infatti, è necessario assicurare il deep crawling del sito e sviluppare creatività e testi nel rispetto di linee guida editoriali che tengano in considerazione non solo l’utenza umana, ma anche il funzionamento dei motori di ricerca. Chi pensa che questi aspetti siano secondari, non ha idea dello scenario del mercato: chi, come me, lavora da anni in agenzie di primo piano sa bene che quando si tratta di soluzioni che penalizzano la visibilità di un sito sui motori, la realtà è molto più fantasiosa di ciascuno di noi e presenta tante e tali situazioni da rendere l’apporto del SEO un elemento insostituibile.
Uscendo dallo schema delle parole chiave “un tanto al chilo“, ci si accorge che il SEO domina gli strumenti di monitoraggio e tracking che consentono di tenere sotto controllo tutti i Key Performance Indicator , ossia quel complesso set di parametri che definisce il sito che funziona, generando traffico e business, da quello fallimentare.
L’analisi continua di questi dati serve non solo ad affinare l’ottimizzazione del sito per migliorare le performance in termini di traffico e conversioni, ma anche ad inquadrare la collocazione dell’offerta nel mercato, ad effettuare valutazioni puntuali sull’usabilità del sito e a dipingere, a livello più generale, un quadro esatto della funzionalità del sito, premessa di ogni strategia vincente.
Il consulente SEO, in altre parole, è colui che può aiutarvi a far funzionare il sito al meglio delle sue possibilità sul principale strumento di ricerca delle informazioni in rete, condizione imprescindibile per ogni ulteriore valutazione. I vantaggi che potrete trarre da una consulenza SEO possono variare in funzione di una miriade di fattori, ma di una cosa potete star certi: i siti assistiti dal SEO hanno molte più chance di arrivare ad esprimere appieno il proprio potenziale sulla rete, cosa che non accade quando si rinuncia alla più importante caratteristica dei siti che funzionano: la visibilità sui motori di ricerca.
SEO: pillole di storia
Quando mi accostai a quello che un tempo si chiamava posizionamento nei motori di ricerca lo scenario era molto diverso da quello attuale. La rete nazionale era molto poco sviluppata ed il SEO aveva gioco facile a posizionare i siti dei propri clienti nelle primissime posizioni dei risultati, in quanto la concorrenza era scarsa e gli algoritmi dei motori molto meno complessi.
In origine si distinguevano due distinti strumenti di ricerca, caratterizzati da un diverso approccio:
a) Directory: le directory come Yahoo!, Dmoz, Zeal o Looksmart censivano i siti grazie a editor umani, i cd surfer, che verificavano i siti segnalati da utenti o clienti e li catalogavano all’interno di una struttura tematica. Gli elementi presi in considerazione per stabilire la posizione del sito nei risultati delle ricerche effettuate erano principalmente titolo e descrizione dei siti contenuti dell’indice, elementi che non cambiavano nel tempo. A complemento dei listing relativi ai siti recensiti nella directory, spesso piuttosto scarni, venivano visualizzati dei risultati supplementari, ottenuti grazie alla tecnologia propria dei motori di ricerca crawler-based. Ad esempio, Yahoo! utilizzava Inktomi, il colosso che potenziava alcuni fra i principali motori di ricerca, come ad esempio Hotbot.
b) Motori di ricerca crawler-based: i motori di ricerca in senso proprio come Webcrawler, Altavista, Hotbot, Excite etc… indicizzano pagine (e non siti) grazie a particolari software detti Crawler o Spider, che si spostano continuamente sulla rete seguendo i collegamenti ipertestuali rinvenuti nei documenti. A differenza delle directory, i risultati dei motori di ricerca in senso proprio erano ordinati secondo il punteggio di rilevanza attribuito da una formula di calcolo (algoritmo, più propriamente definito come sequenza logica di istruzioni elementari finalizzate alla soluzione di un problema) che teneva principalmente in considerazione gli elementi della sorgente HTML di ciascun documento. Una volta indicizzato un documento, il crawler tornava di tanto in tanto ad analizzarlo di nuovo, al fine di prendere atto di eventuali aggiornamenti, che finivano per influire sulla posizione del relativo listing nei risultati delle ricerche.
Alla distinzione tra directory e motori di ricerca in senso proprio corrispondeva un diverso approccio alla ricerca delle informazioni. Chi cercava informazioni su un argomento generale (es: calcio, cinema, giardinaggio), poteva reperire più facilmente le risorse desiderate sfogliando l’albero tematico della directory ed individuando in breve tutti i siti sull’argomento ricercato. Chi cercava informazioni di dettaglio su temi più specifici, come tali difficilmente associati ad un intero sito ma più probabilmente trattati da un singolo documento, aveva maggiori chance di successo con i motori di ricerca crawler-based, che, indicizzando le singole pagine, finivano per offrire risultati maggiormente dettagliati.
Ovviamente, sia i motori che le directory intuivano che ai fini di una search experience ottimale era preferibile integrare i due sistemi di ricerca, e non a caso accadeva che i motori presentassero spesso un indice potenziato da una directory e che quest’ultime integrassero i risultati tratti dall’indice interno con listing derivanti da un vero motore. Altavista e Msn, ad esempio, utilizzavano la directory di Looksmart, mentre Yahoo!, come abbiamo visto, utilizzava i risultati di Inktomi.
Le attività di ottimizzazione erano fortemente differenziate. Per le directory era necessario scegliere accuratamente la categoria in cui segnalare il sito e confezionare titolo e descrizione in modo da includere le chiavi di ricerca più strategiche, ma evitando di debordare rispetto alle linee guida. I tempi per ottenere una recensione erano di alcune settimane, ma in alcuni casi pagando una fee – per la verità piuttosto salata e calibrata sulle potenzialità espresse da questi strumenti nel mercato angolofono, allora come oggi infinitamente più vasto rispetto a quello italiano – era possibile assicurarsi una valutazione del sito nell’arco di una settimana. L’inclusione effettiva del sito nell’indice non era mai assicurata, neanche nel caso di acquisto della verifica rapida a pagamento.
Looksmart era una directory particolare, dove si poteva ottenere un listing unicamente a pagamento, salvo il caso di siti no profit, e dove si pagava un’ulteriore fee con modello pay per click piuttosto esoso. Non mancavano le directory realizzate grazie all’opera di surfers volontari, animati dall’unico desiderio di realizzare una catalogazione di tutte le risorse valide della rete. La più famosa è sempre stata Open Directory Project, attiva ancora oggi, ma ce ne sono state altre, come ad esempio Zeal, acquisita da Looksmart nel 2000 e chiusa definitivamente nel 2006.
Per quanto riguarda i motori di ricerca in senso proprio, le attività di ottimizzazione ai fini del posizionamento in testa ai risultati erano molto meno articolate e complesse di quelle utilizzate attualmente e si risolvevano in interventi on page molto simili a quelli praticati ancora oggi: title, meta description, tag di heading, attributi vari, formattazione dei testi e soprattutto ottimizzaione dei contenuti. Gli strumenti di lotta allo spam erano molto meno efficaci di quelli odierni e così l’abuso era all’ordine del giorno: testi invisibili, doorway pages più o meno occultate con redirezione, keyword stuffing, cloaking, aree noframe fittizie e molti altri trucchetti funzionavano alla grande, esponendo ad un rischio di penalizzazione talmente contenuto da potersi ritenere quasi trascurabile.
Nel corso di 10 anni questo scenario è molto cambiato, anche grazie all’avvento di Mister G, ma se anche i nomi ed i meccanismi dei protagonisti del mondo del search si sono molto rinnovati ed evoluti, oggi come allora restano valide alcune regole base del mestiere del SEO, perché risultano sostanzialmente invariati:
- I principi della segnalazione corretta alle directory ;
- I principi dell’ottimizzazione della sorgente HTML di un sito;
- Il principio “Content is King“, con il quale si rappresenta l’idea che quantità e soprattutto qualità dei contenuti di un sito siano il vero elemento chiave per acquisire visibilità sui motori di ricerca.
Molti altri aspetti del nostro lavoro, invece, ne sono usciti rivoluzionati. Se agli origini il SEO era visto come uno smanettone che otteneva risultati mettendo mano principalmente al codice, soppesando parametri come la keyword density, la keyword prominency eccetera, nel tempo la sua figura si è evoluta in modo significativo. L’aspetto tecnico resta ineliminabile, perché gli ostacoli alla corretta indicizzazione del sito sono e restano di natura tecnica. Se il sito non risulta indicizzabile, si ha un ostacolo invincibile alla comunicazione, impedita a monte del punto di incontro tra gli interlocutori, rappresentato dalle SERP. Ma una volta eliminato ogni impedimento, l’attività del SEO rivela la sua natura ormai – almeno a mio avviso – predominante, che è quella propria del marketing: la comunicazione. Non è un caso che le agenzie SEO siano caratterizzate da team composti in buona parte da soggetti di formazione umanistica e non è un caso che un’agenzia di successo come SEMS sia stata fondata da giornalisti. Personalmente ho scritto molto poco di marketing digitale e motori di ricerca, ma ho all’attivo migliaia di pubblicazioni su internet e carta stampata, svolgendo regolarmente l’attività di articolista per un noto mensile di subacquea, altra mia grande passione, e ricoprendo l’incarico di editore di una delle riviste elettroniche di pesca in apnea, apnea e nuoto pinnato più note al mondo, www.apneamagazine.com – che ho avuto il piacere e l’onore di ideare, progettare e lanciare.
Candeline pronte per i miei primi 10 anni di SEO!
Mi sembra ieri, ma sono passati quasi dieci anni! Una piccola ditta di Grosseto cercava un addetto al “marketing online” per la promozione di uno shopping di prodotti tipici maremmani ed un caro amico, sapendo che ero in cerca di lavoro, mi spinse a chiedere un appuntamento. Sulle prime declinai cortesemente l’offerta, sentendomi del tutto impreparato, ma il mio amico ebbe gioco facile a convincermi: “Nessuno è esperto di marketing su internet, è una cosa che si sta sviluppando solo adesso! Cosa hai da perdere?”.
Fu così che dopo un decennio di professione musicale, impiegato anche per lavorare come guida naturalistica nel Parco dell’Uccellina, per laurearmi in Giurisprudenza e conseguire un master Post Laurea in Diritto dell’Ambiente e delle Zone Rurali, decisi di saltare il fosso e riconvertirmi al marketing digitale. Avevo iniziato a studiare da autodidatta l’HTML perché ero appena rientrato da un viaggio di quasi quattro mesi in Australia e meditavo di imparare un “computer job” per trasferirmi definitivamente in quella terra meravigliosa. Mia moglie, al tempo fidanzata, ha la doppia cittadinanza, per cui non c’era alcun ostacolo all’ottenimento di un permesso di residenza e lavoro a tempo indeterminato, l’unico problema era costituito dal fatto che la mia laurea in legge da quelle parti equivale a carta straccia. Fu così che mi scaricai delle guide HTML e appresi i primi rudimenti della progettazione e realizzazione dei siti internet, dedicando gran parte della giornata allo studio di questa nuova e intrigante dimensione virtuale.
Scusate la divagazione, torno al colloquio di lavoro. Il mio amico aveva ragione: durante il primo incontro mi fu chiarito che nessuno si aspettava da me esperienza specifica, ma più realisticamente un impegno all’ autoformazione che mi mettesse in condizione di promuovere lo shopping online dell’azienda, che in quel momento non vendeva neanche uno spillo. Le poche dritte che i miei datori di lavoro seppero offrirmi erano decisamente storte! In pratica la loro ricetta per promuovere il sito era fondata sulla frequentazione di chat e newsgroup o su sistemi ancor più invasivi ed inopportuni, come lo spamming delle chat ICR, al tempo molto usate dagli utenti più smanettoni e bellicosi.
Passai la prima giornata di lavoro - anzi dovrei dire “stage con rimborso spese” – su Altavista, e subito mi domandai quale fosse il funzionamento di quello strumento straordinario ed indispensabile. Se io cercavo informazioni con Altavista, anche molti altri altri utenti dovevano fare altrettanto… e se fosse esistito un modo per guadagnare le prime posizioni nei risultati delle ricerche, di sicuro avrei potuto promuovere lo shopping online in modo più incisivo. Fu così che il giorno seguente iniziai a cercare informazioni sui motori di ricerca, imbattendomi ben presto nell’Academy of Web Specialists, una sorta di scuola di formazione online statunitense che offriva corsi base e avanzati di Search Engine Positioning.
Letteralmente ammaliato dalle informazioni reperite sul sito dell’Academy, secondo le quali esistevano precise tecniche per posizionare il sito in testa ai risultati di determinate ricerche, proposi ai miei datori di lavoro di pagarmi un corso avanzato, promettendo di superare l’esame di accesso e di risparmiare così i costi del corso base. I miei superiori non erano molto convinti – “Ma sei sicuro che questo posizionamento sui motori di ricerca funzioni?” – ma non ci volle molto a vincere le loro blande resistenze: “Voi come cercate le informazioni online? Con i motori di ricerca? Anche io, e con ogni probabilità anche tutto il resto del popolo di internet. Se davvero esiste un modo per aumentare la visibilità di un sito sui motori direi che il marketing online deve quantomeno iniziare da qui“.
Detto fatto, mi venne passata la carta di credito aziendale, con cui acquistai il corso avanzato. Studiai come un matto e superai l’esame finale del corso in modo brillante, tanto che subito mi fu chiesto di cooperare con l’Academy come tutor nelle chat dei corsi base, un’esperienza che ricordo ancor oggi con grande piacere.
Pochi mesi dopo questo incipit fui assunto come responsabile r&d da Ad Maiora, al tempo società leader del settore, e da quel momento la mia carriera è decollata, regalandomi negli anni soddisfazioni sempre maggiori. Al tempo posizionare le parole chiave sui motori era poco più che un gioco da ragazzi, mentre la parte difficile del lavoro era quella dei commerciali, che avevano il loro bel da fare per far comprendere ai clienti in cosa consistesse il servizio e quali fossero gli effettivi vantaggi, ma la gestione del sito Motoridiricerca.it e l’operatività diretta su siti di grandi clienti mi aiutarono ad arricchire velocemente il mio bagaglio di esperienza.
Nel 2002 fui inviato a Dallas per seguire una delle prime edizioni del Search Engine Strategies e fu lì che conobbi quello che sarebbe stato il mio socio e compagno di avventura in SEMS: Marco Loguercio. Si instaurò subito un buon feeling e quando poco dopo mi propose di unirmi a lui per una startup decisi a malincuore di abbandonare Ad Maiora, dove c’era un ambiente di lavoro fantastico, che ricordo ancora oggi con grande piacere, e ad iniziare l’avventura di SEMS. Chi conosce un minimo l’ambiente SEO sa benissimo cosa accadde di quella startup costituita in un angolo remoto del Sud-Tirolo e divenuta in pochi anni un colosso del settore. Come in Ad Maiora, anche in SEMS ho avuto l’opportunità di lavorare sui più importanti clienti che un search marketer possa desiderare: banche, assicurazioni, compagnie aeree, Spa della grande distribuzione, colossi del settore Travel e così via.
Nel 2003 le cose iniziarono a cambiare moltissimo sotto il profilo operativo: l’evoluzione dell’algoritmo di Google costrinse tutti gli operatori a cambiare più o meno repentinamente tutta una serie di soluzioni borderline, se non Black Hat, che fino a poco tempo prima offrivano garanzie di funzionalità nel tempo senza rischi eccessivi e che i professionisti del settore erano praticamente costretti ad applicare, talvolta, per aggirare i numerosi paletti messi dai clienti, che non volevano neanche sentir parlare di modifiche al sito (sic!). Era il tempo del “posizionamento garantito“, un concetto che ho sempre avversato e in cui non mi sono mai riconosciuto, ma che il mercato, in quella fase, in qualche misura imponeva: non conoscendo il servizio i clienti chiedevano garanzie e non c’era modo di impostare il lavoro a regola d’arte e con contratti di tipo consulenziale. Avrò occasione di approfondire questo tema, anche perché vedo che ancora oggi si legge in giro di posizionamenti per parole chiave predefinite, vendute un tanto al chilo.
Dopo la cessione delle mie quote di SEMS a Fullsix nel 2006 ho proseguito la mia attività all’interno dell’azienda come dipendente, in attesa che scadesse la mia blindatura per tornare sul mercato da libero professionista…. ed eccomi qua
Libero da ogni logica aziendale, oggi interpreto la professione del SEO senza vincoli di reparto – SEO o SEM – e fregandomene altamente delle richieste irragionevoli che continuano a caratterizzare alcuni settori di questo mercato: so come far funzionare i siti e soprattutto so capire le cause di un eventuale fallimento, pertanto mi interessa lavorare solo su quei siti che possono trarre effettivo beneficio dall’attività di SEO/SEM e che dal consulente SEO si aspettano professionalità e non la bacchetta magica.
Fra sei mesi festeggerò i miei primi 10 anni di SEO, una professione che mi ha regalato tante soddisfazioni e che mi ha permesso di costruire il benessere della mia famiglia. Da oggi questa mia esperienza nel settore è a disposizione di tutti coloro che vogliono trarre il massimo profitto dal proprio business online attraverso uno degli strumenti di marketing digitale più efficaci, il vero ingrediente di base di ogni digital marketing mix.
